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Pavia, la «piccola Roma»: chi l'ha paragonata davvero alla Città Eterna

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Pavia, la «piccola Roma»: chi l'ha paragonata davvero alla Città Eterna

Chi ha paragonato Pavia a Roma? Un vescovo scrittore del X secolo, i versi sulle porte della città e il Regisole: la storia della piccola Roma.

Ti sarà capitato di sentirlo dire, magari passeggiando in piazza Duomo: «Pavia è una piccola Roma». Sembra un complimento affettuoso, di quelli che si fanno alla propria città. In realtà ha radici antiche, e chi l'ha scritto per primo usava parole molto più ambiziose di «piccola».

Siamo andati a cercare le fonti, una per una. Ecco cosa abbiamo trovato.

Il letterato: Liutprando, cresciuto alla corte di Pavia

Il primo a mettere Pavia accanto a Roma, nero su bianco, è Liutprando da Cremona: vescovo, diplomatico e uno degli scrittori più brillanti del X secolo. Era nato a Pavia verso il 920 e si era formato proprio qui, alla corte del re d'Italia, prima di diventare vescovo di Cremona.

Nella sua opera più famosa, l'Antapodosis («la restituzione»), racconta l'incendio con cui gli Ungari devastarono Pavia nel marzo del 924. Poi, quasi per consolare il lettore, ricorda quanto la città fosse ricca e importante, e scrive questa frase (libro III):

«Quid alias memorem, cum insignis ipsa totoque orbe notissima Roma huic inferior esset, si praeciosa beatissimorum apostolorum corpora non haberet?»

In italiano: «Che dire d'altro, quando la stessa Roma, insigne e famosa in tutto il mondo, le sarebbe inferiore, se non custodisse i corpi preziosi dei beatissimi apostoli?»

Altro che piccola Roma: per Liutprando, Pavia valeva quanto Roma, e solo le tombe di Pietro e Paolo davano a Roma il primato. Nello stesso passo cita anche la profezia attribuita a san Siro, il primo vescovo della città: «Rallegrati, città di Pavia […] sarai chiamata non la più piccola, ma la più ricca fra le città vicine». Mille anni prima del modo di dire, Pavia era già invitata a sentirsi grande.

«Roma seconda»: i versi sulle porte della città

La seconda testimonianza è scolpita nella pietra. Opicino de Canistris, un chierico pavese che nel 1330 scrisse ad Avignone un libro intero in lode della sua città, il Liber de laudibus civitatis Ticinensis, riporta i versi che si leggevano «su alcune porte della città»:

«Dic prope qui transis qui porte limina tangis: Roma secunda, vale, mundi caput imperiale. Tu bello Thebas, tu sensu vincis Athenas.»

Cioè: «Tu che passi e varchi questa porta, di': salve, Roma seconda, capitale imperiale del mondo. In guerra superi Tebe, in sapienza Atene.»

Gli studiosi che nel 1903 hanno curato l'edizione del libro di Opicino annotano che il marmo originale con questa iscrizione era conservato nel Museo civico di storia patria di Pavia, e che sulla sua data si è discusso a lungo, fra il XII e il XIV secolo. C'è anche un dettaglio che fa sorridere: versi quasi identici furono rivendicati per le porte di Milano, e lo storico Arturo Graf, nel 1882, li ricorda per tutte e due le città. La rivalità fra Pavia e Milano, insomma, passava anche dalla poesia.

Perché proprio Roma

Il paragone aveva basi solide. Per due secoli Pavia fu la capitale del regno dei Longobardi, e poi del Regno d'Italia fino all'XI secolo: qui avevano il palazzo i re, qui si incoronavano, nella basilica di San Michele Maggiore, dove nel 1155 ricevette la corona anche Federico Barbarossa. Un testo sugli uffici della corte regia, probabilmente dell'XI secolo, arriva a scrivere che «Roma chiama Pavia e la nomina sua figlia».

E poi c'è la città che vedi ancora oggi camminando:

  • la pianta romana: le vie del centro seguono il reticolo dell'antica Ticinum, con Strada Nuova sul tracciato del cardo e corso Cavour e corso Mazzini su quello del decumano;
  • il Regisole, la statua equestre davanti al Duomo, con la mano alzata come il Marco Aurelio del Campidoglio. L'originale, arrivato da Ravenna nell'alto Medioevo, fu distrutto nel 1796; quello che ammiri oggi è la versione di Francesco Messina, inaugurata nel 1937;
  • San Pietro in Ciel d'Oro, la basilica che custodisce le spoglie di sant'Agostino e di Severino Boezio, il filosofo romano esiliato e morto a Pavia;
  • la cupola del Duomo, alta circa 97 metri: è la quarta d'Italia, e due delle tre più grandi stanno proprio a Roma, San Pietro e il Pantheon (la terza è Santa Maria del Fiore a Firenze).

E Petrarca?

Francesco Petrarca a Pavia passò diverse estati, ospite dei Visconti. Nel dicembre 1365 scrisse a Boccaccio una delle lettere più belle mai dedicate alla città (Senili V, 1): la chiama «reggia famosa dei Longobardi», ricorda che la visitò Cesare Augusto, ne loda l'aria, le torri, il Ticino che «dolcemente ne lambisce le mura». È il ritratto di una città imperiale. Il paragone esplicito con Roma, però, spetta a Liutprando e ai versi delle porte.

Quindi, chi l'ha chiamata «piccola Roma»?

Ecco la risposta onesta: l'espressione esatta «piccola Roma» è un modo di dire popolare, e una prima fonte scritta che la usi alla lettera è ancora da trovare. Le fonti antiche parlano di «Roma seconda» e di Pavia «figlia di Roma», e Liutprando si spinge a dire che, senza gli apostoli, Roma le sarebbe stata inferiore.

La prossima volta che attraversi piazza Duomo, alza lo sguardo dal Regisole alla cupola: stai guardando la città che mille anni fa salutava i viaggiatori come una seconda Roma. E se hai trovato in un libro di casa o in una vecchia guida la prima «piccola Roma» scritta nero su bianco, scrivici: la aggiungiamo volentieri a questa storia.

Fonti: Liutprando da Cremona, Antapodosis, libro III (testo latino su Wikisource); Anonymi Ticinensis Liber de laudibus civitatis Ticinensis, a cura di R. Maiocchi e F. Quintavalle, Rerum Italicarum Scriptores, XI/1, 1903, p. 25 e note; A. Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo, 1882, vol. I; F. Petrarca, Senili V, 1, a Giovanni Boccaccio, 1365. Foto di copertina: la cupola del Duomo di Pavia, Zairon, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0; la cupola di San Pietro, Myrabella, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0.

Dario Viola — Abito Immobiliare, Pavia

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